Cesare Pavese

Cesare Pavese

Provenienza: Archivio Sini - Torino

Molto spesso, la fotografia diventa il mezzo per conservare la memoria, per prendere appunti, ma anche per esprimere un giudizio.

Prima di ogni scatto, avviene quasi sempre una fase di selezione: l’inquadratura, il soggetto, il punto di vista.
Ma più di ogni altra cosa, ciò che conta è il valore che di volta in volta si attribuisce all’immagine; vale davvero la pena scattare quella foto?

Si tratta di una fotografia che assume la forma della delega, è a lei che lasciamo il compito di ricordare, mentre siamo impegnati a fare altro.
Una fotografia, dunque, che svolge la sola funzione di catalogo per immagini, per avere sempre presente la nostra storia, per aver ben chiara la nostra identità, per renderla più solida e meno sfuggente.

Nell’album di famiglia, la fotografia diventa documento della crescita, espressione delle speranze, delle delusioni, dei sensi di colpa di persone legate da un vincolo forte e da rapporti che condizioneranno, nel bene e nel male, la loro vita futura.
La fotografia di un neonato, all’interno di un album di famiglia, è molto più della semplice rappresentazione di un bambino appena nato e che poi crescerà. In questo contesto, il bambino e’ innanzitutto il frutto di un’unione, spesso di un matrimonio: rimanda quindi alla storia di altre due persone, da lui distinte ma a lui più vicine di chiunque altro.
In secondo luogo, rappresenta le aspettative di nonni e genitori: il rimando è qui al futuro, al futuro del bambino ma anche a quello della famiglia.
Potremmo dire, infine, che il bambino è un progetto, prima di genitori, poi di se stesso.

Non c’è più una semplice immagine ma un contesto forte che crea un gioco di rimandi e di di interpretazioni.
L’album di ogni famiglia racchiude tutto questo, è un luogo sicuro all’interno del quale ci sentiamo accolti.

Queste immagini, tratte dall’album privato della Famiglia Pavese assumono, in questo contesto, un significato del tutto particolare e ancora diverso, in quanto assurgono a simbolo della personalità romantica, quale fu quella di Cesare Pavese scrittore.

Il suo rapporto contraddittorio con la solitudine, recriminata ma al tempo stesso desiderata, la continua ricerca di legami profondi e duraturi, l’angoscia per tutto ciò che viene avvertito come pericolosamente irrazionale ed aleatorio: sono questi i conflitti di cui lo scrittore piemontese visse sino in fondo la grande drammaticità.

Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri.
Queste parole esprimono chiaramente la profonda sofferenza di Pavese per una situazione esistenziale che non riesce, e forse non vuole cambiare, un dover vivere simile a quello di un prigioniero che anela alla libertà, ma che non saprebbe fuggire nemmeno se gli si spalancasse la porta.

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